Il POST-Emergenza, l’ARCO_baleno e la FAMIGLIA | Studio Elios
Quali sono le sostanziali differenze fra emergenza e post emergenza? Scopriamolo insieme attraverso strumenti come la Mediazione Familiare e la Psicoterapia
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Il POST-Emergenza, l’ARCO_baleno e la FAMIGLIA

Il POST-Emergenza, l’ARCO_baleno e la FAMIGLIA

Allerta rossa. Codice Rosso. Zona Rossa. Ritornano queste espressioni ma è necessario però precisare che non siamo più in uno stato di emergenza, ma siamo nella POST emergenza e questo cambia. Cambia il nostro modo di reagire alla situazione, per certi versi più nota, e per questo associata ad una aspettativa di maggior sicurezza e cambia per la comprensione che abbiamo nei confronti delle scelte di chi ci governa. Come a dire, nell’emergenza si è più disponibili nei confronti degli errori, delle soluzioni just in time il cui messaggio principale è: “Non ti lascio solo, ci sono come istituzione, nonostante le mie fatiche”. Nel post emergenza abbiamo a che fare con un abbassarsi brusco della tolleranza verso soluzioni che non ci sembrano progettate, dirette, orientate al benessere a lungo termine e ad un aumento del bisogno di sicurezza.

Le domande e gli svela-menti

Ma quali sono le sostanziali differenze fra emergenza e post emergenza? Quali sono i processi simili e quelli, invece, così profondamente diversi? Perché non siamo più così tolleranti verso le soluzioni provvisorie? In questi mesi ci stiamo chiedendo cosa ci stia insegnando la Pandemia, ma potremmo anche chiederci ed usare bene cosa già sappiamo delle situazioni di emergenza? Ci sono discipline che lo studiano da molto tempo e  forse da esse potremmo prendere qualche indicazione, pur sapendo che l’emergenza in cui siamo non ha le caratteristiche della guerra. Lo sta dichiarando in tutti i modi Gino Strada… “che la guerra è un’altra cosa”.

Marco Lombardi, sociologo dell’emergenza, nell’intervento al XIV Laris Day (Centro di Ricerca dell’Università Cattolica del Sacro Cuore) dello scorso ottobre evidenzia un aspetto che caratterizza lo stato di emergenza dal quale ne conseguono poi alcune riflessioni che potrebbero aiutare a rispondere alle domande poste.

Ogni emergenza accelera processi già esistenti, difficilmente ne inventa di nuovi; ogni emergenza funge da acceleratore di processi già in atto ed è poco probabile che scopra qualcosa di nuovo”. Col passare dei giorni abbiamo compreso che la comunità non poteva combattere lo stressore (il virus), bensì possiamo imparare a convivere con esso, ricercando fattori di protezione e dirigendo un adattamento.

Se non dirigiamo l’adattamento, finita l’emergenza, la società potrebbe andare verso due direzioni: tornare al passato con nostalgia e buttare tutto ciò che di utile abbiamo costruito in questi mesi oppure ritenere che questo sia il futuro e che le strategie trovate oggi per reagire allo stressore siano buone.

Invero, due considerazioni dovrebbero ostacolare le due tendenze. La prima riguarda il fatto che non potremo tornare ad una condizione precedente perché domani sarà sempre segnato dall’esperienza di oggi e la seconda è che ci vuole tempo per progettare e costruire un futuro di convivenza con lo stressore e che le soluzioni trovate in emergenza solitamente non riescono a soddisfare tutti i bisogni e pertanto in tempi brevi “staranno strette” alla comunità.

Un esempio, fra molti, riguarda l’uso della tecnologia e della possibilità di incontrarsi on line, anziché in presenza. Abbiamo tutti sperimentato un’accelerazione da questo punto di vista e ciò che stava già diffondendosi, in termini di utilizzo più che di specializzazione, ha subito una dilatazione importante. Non sapremmo dire già ora quali siano tutti vantaggi e gli svantaggi di tale estensione, ma è certo che rischiamo di trasformare la strategia utilizzata in emergenza in una routine.

Le risposte proteggono ma…

Rischiamo di trasformare una soluzione just in time, individuata in una fase di emergenza, in una vera e propria modalità di funzionare che, invece, ha bisogno di essere pianificata, progettata e programmata.

La strategia individuata in emergenza non è prettamente diretta; il processo che viene utilizzato per individuarla è caratterizzato dall’urgenza e non dalla conoscenza. Per questo abbiamo letto di didattica dell’emergenza, più che di didattica a distanza; per questo molti hanno iniziato a lavorare, incontrando le persone online,  non sapendo cosa fosse l’onlife (L. Floridi).

Se assumiamo la strategia come adattamento evolutivo alla nuova condizione significa che abbiamo escluso che tale adattamento abbia origine da una prospettiva di conoscenza e consapevolezza e lo abbiamo delegato all’urgenza.

Nell’emergenza la priorità è la protezione. Possiamo, invece, programmare un cambiamento realmente funzionale al benessere, a fronte delle nuove condizioni poste dallo stressore, se raccogliamo informazioni su di esso e siamo consapevoli di ciò che sta accadendo e di ciò che potrà accadere.

Lo stressore svela le risorse e i punti deboli del sistema che prima del suo avvento non si conoscevano. Il processo di svelamento è dolorso, talvolta ha bisogno di molto tempo ed energie, ma se conosciamo il processo che si muove torno ad esso, già possiamo dirci capaci di affrontarlo.

I 21 parametri che dal 30 aprile sono stati introdotti dal Ministero della Salute e che ad oggi collocano le Regioni italiane sui tre livelli non sono altro che la sintesi di conoscenze e consapevolezze, che potrebbero essere una buona base per una progettazione futura: oltre che dare dati circa l’emergenza, evidenziano, infatti, punti deboli e punti di forza dei sistema sanitario. Se avessimo informazioni e consapevolezze circa lo stato di benessere psichico potremmo programmare e progettare un adattamento evolutivo in cui lo stressore sarà gestito, evitando anche in questo campo di abbandonarci alle soluzioni just in time.

Le forze dicotomiche: onnipotenza, impotenza e l’ARCO_baleno

Sul piano psichico lo stressore mette in campo due forze dicotomiche importanti: l’onnipotenza e l’impotenza, meglio espresse nei loro estremi da chi crede di vincere lo stressore (o chi addirittura nega la sua esistenza) e chi, invece, si sente completamente schiacciato. L’onnipotenza spinge verso il desiderio e l’impotenza verso la nostalgia. L’onnipotenza spinge verso la libertà e l’impotenza conduce verso il bisogno di essere eterodiretti. La sfida è l’equilibrio fra le due forze propulsive della vita psichica: mantenersi sul con-fine fra le due tendenze implica mantenersi lontani dalle due basi dicotomiche e rimanere saldi all’oscillazione, al movimento. É il movimento che ci tiene in equilibrio e non la staticità in una base o nell’altra.

La sicurezza si situa lì, sull’apice della parabola[1], sul confine fra le due e sulla possibilità di accettare che le oscillazioni fra l’una e l’altra facciano parte della natura umana. Il confinamento in cui ci siamo ritrovati, richiama proprio il saper stare con entrambe le parti; confine è una parola che richiede prospettiva per essere intesa: il concetto di limite non la spiega tutta. Sarebbe bastato fine per significare limite; invece, il prefisso cum (-finis) implica una consapevolezza in più, ossia il fatto che esiste un altro, oltre a me; se esiste un confine significa che esisto io e qualcun’altro. Stare nel confine significa, quindi, saper stare fra due territori, fra due oscillazione fra me e l’altro. Il confinamento ci ha mostrato chiaramente che di fronte alle difficoltà la psiche oscilla fra onnipotenza e impotenza e saper navigare nel mare di questa oscillazione è probabilmente il compito della maturità.

La consapevolezza e la conoscenza del processo attraverso il quale la nostra psiche risponde alle difficoltà sono  già di per sé fonte di sicurezza. Saper stare sul confine fra onnipotenza e impotenza, nel senso più pieno del termine, significa saper stare con entrambe, conoscerle e riconoscerle dentro sé. Esercizio non facile.

La conoscenza e la consapevolezza della realtà esterna e di quella interna consentono di dirigere buone forme di adattamento considerando il tempo come altro importante ingrediente.  Qualche giorno fa sentivo un’intervista su RaiRadio1 al Rettore del Politecnico di Milano, prof. Ferruccio Resta, il quale evidenziava il bisogno di usare il tempo della post emergenza per fare l’elenco di ciò che abbiamo compreso, di ciò che dobbiamo restaurare e approfittare del confinamento per procedere in quella direzione del restauro e della riorganizzazione. Non siamo in guerra, nella quale il confinamento rimanda a una dimensione di pericolo per la vita, di trincea; non siamo in guerra, lo ripetono da molti mesi i veri esperti di emergenza (a discapito della massa di comunicatori che si riempiono la bocca di parole). Non siamo in guerra, tant’è che il Ministero della Difesa è inerme, non sa cosa fare quando tutti sono vittime e non ci saranno vincitori e vinti. E proprio perché non siamo in guerra, il confinamento può essere usato come momento per pensare, per riorganizzare, per ristrutturare, per guardare le cose da un’altra prospettiva. F. Resta suggerisce: “usate il tempo per osservare le vostre famiglie e chiedetevi cosa manca, analizzate le vostre aziende e riorganizzatele, guardate le vostre scuole e le vostre case e restauratele, prendetevi il tempo per pensare e per riorganizzare, ché è tempo prezioso rubato alla frenesia del fare (…). Lo potete fare da soli o con l’aiuto di consulenti, di architetti, di ingegneri, di psicologici, di chi volete voi, ma facciamolo!”.

Un passaggio alla Famiglia

Ed è qui che la riflessione va verso l’oggetto del mio lavoro quotidiano, il richiamo ad usare il tempo per ristrutturare e la necessità di pianificare buoni adattamenti, senza lasciarsi travolgere dalle strategie momentanee, mi ha riportato al mio lavoro, alle famiglie sotto la tempesta della separazione del divorzio. Quei due principi si rivelano davvero molto importanti per la famiglia che si separa.

Le famiglie che affrontano la separazione e il divorzio vivono un periodo di elevato stress dato dall’accadimento; si sentono in pericolo e cercano aggiustamenti momentanei, spesso caratterizzati da spinte propulsive emotive e impellenti. Anche la famiglia potrebbe confondere le soluzioni momentanee, trovate in emergenza, con le condizioni buone cui adattarsi e su cui costruire il proprio futuro. Anche per i membri della famiglia, così come per i cittadini nella comunità, confondere le soluzioni just in time con le buone forme di adattamento significa esporsi al rischio di rimanere legati a condizioni di incertezza.

Se, invece, nel tempo della post emergenza i membri della famiglia cercano di comprendere quali limiti e quali risorse la separazione ha svelato, aumentano le possibilità che gli accordi presi siano più vicini ai bisogni dei membri della famiglia. Chiedersi cosa è accaduto, quali nuove esigenze emergono, come è possibile passare da un sogno infranto alla capacità di riprogettare la vita, non è altro che darsi la possibilità di andare verso che non si limita ad andare oltre. Andare oltre, darsi un’altra possibilità implica ritenere che ciò che si è fatto fino a quel momento sia da superare, invero ciò che si è costruito fino a quel momento è da trasformare in qualcosa che ci è più utile, in qualcosa di buono.

Tutto ciò ha bisogno di consapevolezza e conoscenza; i limiti e le risorse della famiglia prima della separazione sono importanti da conoscere anche in questo caso, così come nel caso della pandemia; senza consapevolezza e conoscenza le soluzioni trovate non possono che essere temporanee, raramente portano benessere a lungo termine. Esse, proteggono, mettono in salvo, danno la stessa forma di sicurezza data dal confinamento. Le soluzioni just in time della famiglia nelle prime fasi della separazione consentono di porre un pensiero e progettare un futuro. Esse, tuttavia, sono salvifiche nella misura in cui si ritengono transitorie. La transitorietà offre un tempo in cui i genitori possono osservare, porsi domande, darsi risposte ed essere più prepararti a progettare, restaurare, riorganizzare la loro vita e quella dei loro figli in due case. Come suggerisce F. Resta, anche in questo caso, i genitori possono farlo da soli o con l’aiuto di qualcuno.

La mediazione familiare e la psicoterapia, possono essere buoni strumenti per passare dalle soluzioni just in time a modalità di adattamento alla nuova situazione, che sappiano favorire i membri della famiglia e i loro legami, che per definizione sono eterni e strutturano la mente (Cigoli-Scabini, 1994).

[1] Chissà se l’inconscio collettivo ha scelto l’arcobaleno come simbolo della speranza anche proprio per quel suo carattere grafico di essere parabola.

 

Dott.ssa Ilaria Marchetti